Le nostre interviste

 

Una chiacchierata con Paolo Miggiano 

 

a cura di  Alessia S. Lorenzi

(Inserita nel numero 4 della rivista letteraria Clinamen)

 

Paolo Miggiano è nato a Minervino di Lecce e vive a Caserta. È giornalista pubblicista ed è laureato in Scienze dell’Investigazione, con un master in “Criminologia” ed uno in “Valorizzazione e gestione dei beni confiscati alle mafie”. Per molti anni è stato elicotterista della Polizia di Stato, responsabile dei progetti editoriali della Fondazione Pol.i.s. (con la quale tutt’ora collabora), membro della Direzione Nazionale di Cittadinanzattiva Onlus e degli Organismi di rappresentanza dei lavoratori della Polizia di Stato. Dirige la collana “Linea di difesa” della casa editrice Di Girolamo Edizioni. Ha avuto nel corso della sua vita di scrittore, diversi riconoscimenti, ultima, l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, conferita proprio in questi giorni dal Presidente della Repubblica.

Al suo attivo una vasta produzione letteraria,  tra cui il libro “Ali spezzate” su Annalisa Durante e la sua tragica storia, una vita spezzata a soli quattordici anni. L’ultimo libro, NA K14314. Le strade della Mèhari di Giancarlo Siani “, che noi consigliamo vivamente di leggere perché è un libro straordinario, non è un romanzo inventato, frutto della fantasia dell’autore, ma un vero e proprio libro d’inchiesta. In esso è narrata la storia, tragicamente vera purtroppo, del giovane giornalista di Torre Annunziata, che fu barbaramente ucciso nel settembre del 1985, e poi un viaggio che l’autore ha percorso realmente attraverso quell’auto, l’auto di Giancarlo Siani appunto.

Abbiamo chiacchierato un po’ con Paolo, il quale ha risposto ad alcune domande che noi, interpretando forse il desiderio dei lettori, abbiamo voluto porre.

 

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Lei ha scritto “NA K14314. Le strade della Mèhari di Giancarlo Siani “, cosa lo ha spinto a scrivere un libro su Giancarlo Siani? Un personaggio molto forte, un giornalista coraggioso di cui tanto si è parlato. Non ha temuto di non riuscire a scrivere niente di nuovo rispetto a ciò che si era già detto e scritto?

Si, esattamente così. Tuttavia di nuovo c’era il viaggio con l’automobile di Giancarlo Siani e le emozioni che abbiamo incontrato durante tutto il percorso. Poi, man mano che approfondivo la sua vicenda, sono emersi molti aspetti, che pochi avevano trattato ed altri completamente inediti.

In effetti, non avrei mai pensato che un giorno avrei scritto un libro su Giancarlo Siani. Eppure le coincidenze (io le chiamo così, perché ai miracoli non ci credo) lo hanno reso possibile. Ho sempre nutrito un certo imbarazzo, ma forse è meglio dire una sorta di inadeguatezza, di fronte alla sua storia, tanto ricca, tanto appassionante, ma anche tanto narrata. Mi sono sempre chiesto e mi chiedo ancora: chi sono io per mettere la penna sulla carta e scrivere di lui? Sulla figura di Giancarlo Siani, infatti, hanno scritto in tanti. Si è scritto tutto ed a volte anche il contrario di tutto. NA K14314, però, non lo definirei un libro su Giancarlo Siani. Piuttosto rappresenta il tentativo di dare conto del come in questi lunghi trentatré anni lo abbiamo narrato, di come lo abbiamo eroicizzato ed a volte persino abusato.

L’idea di scrivere questo libro è nata dalla necessità di fermare in delle istantanee le emozioni che ho incontrato nei volti delle persone, ma soprattutto dei giovani, percorrendo le strade della Méhari di Giancarlo Siani. Emozioni, comprese le mie, che non potevano restare solo nel mio taccuino. Ho scritto prima un breve racconto che fermava le immagini di quel 23 settembre 2013, quando in una staffetta con Roberto Saviano, Luigi Ciotti, Armando D’Alterio, Alfredo Avella, Giovanni Minoli e Daniela Limoncelli, l’auto ritrovata di Giancarlo Siani ripartì per ripercorrere il tragitto che a Giancarlo non fu più possibile percorrere da casa alla sede de Il Mattino dove lavorava. Con quel racconto vinsi il primo premio del concorso letterario Nabokov, che si tiene a Novoli, nel mio Salento. Poi l’idea di ripercorrere l’intero viaggio voluto da Paolo Siani, il fratello di Giancarlo e dalla Fondazione Pol.i.s., che presiedeva.

Che cosa ha provato mentre scriveva questo libro? È stato faticoso?

Per scrivere NA K14314 è stato necessario più di un anno. Comunque, il tempo necessario affinché un libro sulla Méhari di Siani, scritto da un ex aviatore, giungesse nelle librerie proprio nell’anno in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario della presentazione al pubblico della prima Citroen Méhari, avvenuta su idea di un altro aviatore, il francese eroe della Seconda Guerra Mondiale, Roland del La Poype. Coincidenze! Quando si scrivono libri su figure che come Giancarlo Siani hanno perso la vita nel modo in cui l’ha persa lui, la fatica è enorme, ma non è solo una fatica fisica, quella che ti costringe a stare mesi interi, fermo alla scrivania a cercare, leggere, studiare e approfondire ogni genere di documentazione. La fatica maggiore è quella interiore, che a volte ti fa identificare con il personaggio di cui stai scrivendo. Alla fine si rischia di diventare il personaggio, di sentirsi dentro alla scena. E poi c’è sempre, incombente, il timore di sbagliare, di dire una cosa non vera o che magari possa urtare la sensibilità delle persone care al tuo personaggio. È un lavoro complicato scrivere delle vittime innocenti, dove occorre muoversi davvero in punta di piedi.

L’ultimo capitolo del libro “Viaggio nelle zone d’ombra” è quello che mi è costato più fatica scrivere e non solo per il lungo e laborioso lavoro di ricerca. Ci piaccia o no, soddisfatti o meno, la verità giudiziaria che ci è stata consegnata sull’omicidio di Giancarlo Siani è che egli il 10 giugno del 1985 scriveva un articolo dove ipotizzava che i Nuvoletta avrebbero potuto scaricare Valentino Gionta a favore di una tregua con i Bardellino e gli Alfieri. In sostanza un patto dove i Nuvoletta scaricavano Gionta, facendolo arrestare proprio nei pressi della loro residenza. L’articolo infastidì molto i Nuvoletta che, dopo lunghe discussioni tra clan, decisero di farlo uccidere.

In questo lavoro di scrittura del viaggio con la Méhari mi sono imbattuto in diversa documentazione. Ho consultato molti atti giudiziari. Certamente non come sapeva fare lui, ho cercato riscontri ai dubbi. Mi sono fatto le domande che ancora non hanno risposte. Ho trovato vecchi articoli, carte appartenute a lui. Ho scomposto e ricomposto i suoi scritti e nella filigrana delle sue parole è venuto fuori un quadro, un mosaico di notizie, di informazioni, di dettagli, di ricostruzione dei fatti che bisogna saper leggere o che perlomeno occorre provare a decifrare. L’ingarbugliata vicenda giudiziaria sul caso Siani pone ancora molte domande. Io me ne sono fatte più di quaranta. Sono le mie domande, che non hanno alcuna pretesa di smontare il complesso impianto giudiziario sul quale la magistratura ha messo la parola fine. Nessuna presunzione di cambiare il corso delle cose e dei fatti così come sono stati accertati. Nessun tentativo di riscrittura della storia, ma solo domande. Domande, per gettare una luce, per diradare le zone d'ombra.

Questo è un capitolo per me molto doloroso e non avrei voluto scriverlo, perché avrebbe significato che davvero giustizia è stata fatta su un caso così dolente, per tutti, non solo per la famiglia, perché la storia di Giancarlo ora appartiene davvero a tutti. Giunto al termine del viaggio, non potevo (la mia coscienza, la mia intelligenza e, se vogliamo, anche il mio lungo percorso professionale e formativo, me lo imponevano) non rivolgere il mio sguardo a ciò che è stato il “caso Siani”. Non sarei stato del tutto onesto se non avessi accompagnato i miei lettori nel viaggio di quei dubbi, di quelle domande, che l'ingarbugliata vicenda giudiziaria sul “caso” mi ha legittimamente e con prepotenza posto davanti.

Il viaggio con questa mitica auto dovrebbe essere secondo lei, simbolicamente, il “viaggio” di tutti? E quale insegnamento dovremmo trarre da questo “viaggio”?

Si, NA K14314 è, o perlomeno dovrebbe esserlo, il viaggio di tutti, istituzioni, associazioni, cittadini, giovani e meno giovani, nessuno escluso. Quello della Méhari è il viaggio della memoria che appartiene davvero a tutti. Innanzitutto, perché attraverso di esso, attraverso il percorso di quello che è diventato un simbolo della lotta sociale alla mafia, attraverso la narrazione di una delle vittime innocenti più illustri, si narra la storia di tutte le altre vittime che io definisco di contorno, perché sconosciute ai più. È il viaggio dei lettori, perché mi auguro che trovino la narrazione agevole e che lasci in loro il significato dell’idea di libertà che esprimeva questo ragazzo ucciso così giovane, che si rivolgeva proprio a loro, ai lettori.

Il libro del viaggio con la Méhari ripercorre anche i diritti delle vittime dei reati e della necessità di renderli equi ed adeguati, eliminando le disparità tra chi è colpito dalle mafie e dal terrorismo e chi, invece, muore a causa di altri fenomeni criminali. Il sangue di questi ultimi non è più sbiadito di quello dei primi. È un percorso di sensibilizzazione che pone l’accento sulla necessità di adeguare gli strumenti di contrasto alle mafie ed infine sollecita un intervento finalizzato a garantire la libertà di stampa. Sono temi importanti, che uniti al dovere della memoria possono costituire un collante per la società. Il messaggio che vorrei che i lettori cogliessero dalla lettura di questo libro è quello di pretendere di vivere in un paese normale, libero dalle mafie e dalla corruzione.

L’insegnamento che questo libro vorrebbe dare è stato molto ben sintetizzato, in poche righe, che i lettori trovano in quarta di copertina, da Roberto Saviano, quando dice: «Ho conosciuto Paolo Miggiano quando ho guidato la Méhari di Giancarlo Siani a Napoli, a settembre del 2013. Paolo Miggiano racconta quella giornata e descrive il percorso della Méhari notando come, quel giorno, man mano che il percorso proseguiva dal Vomero a Chiaia, la presenza di persone e telecamere diminuiva invece che aumentare; registra l’assenza di quella Napoli per bene che quando ci deve essere non c’è mai. Di quella Napoli sempre pronta a difendere Napoli al bar, per strada, su Facebook, ma che raramente si scomoda per esserci, quando fare numero non è solo importante, ma è proprio fondamentale. Dove tutti sono eroi non lo è più nessuno.
Dove tutti sono bersaglio non lo è più nessuno». Ecco nelle ultime due righe di Roberto Saviano c’è tutto quello che questo libro vorrebbe dire.

A chi consiglierebbe di leggere il Suo libro?

NA K1434 è anche un libro che incuriosisce i lettori, con i suoi numerosi aneddoti, non solo dolorosi, ma anche simpatici. Non svelo nulla, ma leggere che qui in questo viaggio ‘a Maronn non mi ha accompagnato, può incuriosire in maniera leggera, ma sempre sobria e misurata. Ci sono argomenti per gli appassionati del genere di “narrativa sociale utile”, come è stato definito questo genere di scrittura, ma soprattutto per i giornalisti e gli scrittori. Giancarlo era un ragazzo che da grande voleva fare il giornalista. Diventerà giornalista, redattore, con un contratto, solo da morto. Prima di allora, uno “schiavo”. Giancarlo Siani, in vita, era solo un ragazzo, che cercava di fare il giornalista. Da morto, ma non proprio subito, con il tempo che c’è voluto, si è trovato conveniente farne un martire. Le cose per i giornalisti e gli scrittori in più di trent’anni non mi sembra che siano tanto cambiate e, quindi, conoscere le vicende che ruotano intorno alla vita ed alla morte di Giancarlo è una questione di un interesse estremamente attuale. Poi, NA K14314 è anche un libro d’inchiesta. Un libro che cerca di inter-leggere ciò che è stato scritto, lo analizza e si fa domande. Domande che ancora non trovano risposta. Quindi, NA K14314 è un libro per tutti, ma in modo particolare è rivolto ai giovani, che vogliono sapere. E poi, me lo lasci dire, c’è ancora un ultimo aspetto che chi acquisterà questo libro deve sapere: d’accordo con la mia casa editrice, Alessandro Polidoro Editore, ho inteso devolvere i diritti d’autore al Premio Giancarlo Siani della Scuola di Giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa, perché i giornalisti vanno sostenuti da vivi, non solo da morti.

 

 

Qualche scrittore si emoziona rileggendo i suoi libri. A lei capita mai di rileggere i suoi libri? Se sì, quale dei suoi libri la emozionerebbe di più?

Credo che l’emozione più grande per uno scrittore sia quando ascolta brani dei suoi libri letti da interpreti molto bravi. A me è capitato di comprendere veramente il significato ed il valore dei quello che avevo scritto, quando le mie parole sono passate per la voce di alcuni di loro. Non credo di fare torto a nessuno di loro se cito solo i nomi di due straordinari lettori. I più piccoli, solo d’età: Romualdo Maria Marrone, quindici anni, ma con una voce straordinaria, figlio della mia amica Antonella Palmieri e protagonista di alcuni passaggi del libro e la giovane Arianna Montinaro, la giovane studentessa, nipote di Antonio Montinaro, il capo scorta di Giovanni Falcone.

Un autore, prima che i suoi libri vadano in stampa, li deve leggere tante di quelle volte, che alla fine rischia di non poterne più. Tuttavia, appena stampati leggo i miei libri come se fossi un lettore qualsiasi, che legge per la prima volta il libro. Si, rileggendoli, mi capita di emozionarmi. Per alcuni di più, per altri di meno. Può sembrare un paradosso, ma la rilettura di “A testa alta”, la storia di un venditore ambulante lasciato solo a combattere contro il clan dei “casalesi”, mi emoziona molto a differenza della rilettura di “Ali spezzate” (la storia di Annalia Durante, la bambina di quattordici anni uccisa a Forcella nel corso di un conflitto a fuoco tra bande di camorristi del suo quartiere). Quest’ultimo libro mi suscita certamente emozione, ma il sentimento più forte è quello dell’indignazione, perché non si può morire nel modo in cui è morta Annalisa.

Se dovesse scegliere uno scrittore con cui scrivere un libro a quattro mani, chi sceglierebbe e perché?

Il caso vuole che io abbia già scritto un romanzo con altri sette scrittori, tutti pugliesi come me, curato dalla mia amica Raffaella Porreca Salerno di Barletta e pubblicato da L’Erudita. Il titolo è “Fuori tutto”.

È stata un’esperienza nuova ed allo steso tempo molto entusiasmante, dove ho sperimentato la forma di scrittura collettiva e su un genere letterario, il romanzo, che in fondo non è il mio genere, dal momento che i miei libri sono perlopiù saggi definiti non fiction.

Per non eludere la sua domanda, potrei dire, molto presuntuosamente, che mi piacerebbe scrivere un libro con la scrittrice o scrittore di “L’amica geniale” (Elena Ferrante), Maurizio De Giovanni, Gianrico Carofiglio o altri scrittori importanti (e chi non lo vorrebbe?). Tuttavia, abituato come sono, da vecchio aviatore, a volare basso (non nel senso che il nome che sto per farle sia basso nel panorama letterario italiano, anzi tutt’altro), le dico che la scrittrice con la quale mi piacerebbe scrivere un libro è la mia amica Vincenza Alfano, autrice di romanzi straordinari. Con lei già sperimentiamo le antologie in cento parole, ma è ancora troppo poco. Da lei imparerei molte cose sulle tecniche di scrittura che ancora non conosco. La sua competenza, delicatezza e sensibilità nell’affrontare i temi che tratta, sono unici nel panorama letterario italiano. Una narrazione, la sua, che seppur inventata, trae spunto dalla realtà quotidiana e storica. L’ultimo suo lavoro “Chiamami Iris”, pubblicato per l’Erudita, mi ha completamente rapito come fece con “Balla solo per me”. Ecco, sì con Vincenza Alfano, la scrittrice che meriterebbe di essere più conosciuta, mi piacerebbe proprio scrivere un libro.

 

 (Intervista a cura di Alessia S. Lorenzi)

 

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