Le nostre interviste: Angelo Basile

 

Chi è Angelo Basile?

 

Angelo Basile nasce a Milano nel 1972…bla! Intraprende gli studi classici…bla,bla! Pubblica numerosi racconti e il suo primo romanzo…bla,bla,bla! Punto. Che noia. Volete sapere con ragionevole incertezza chi è Angelo Basile?

È uno che vive di contraddizioni, è un uomo, un santo, uno dimonio, dipende dalle occasioni.

È uno che strilla, che tace, non transige e acconsente. È un arrampicatore di vetri e un nuotatore di bicchieri d’acqua.

È uno che ama, che sente, che ride, che piange, sanguina e suda, che prega da solo, ricerca il silenzio e le urla dei bimbi.

È uno che briga, che sbraga, che forca, un idealista, asceta dall’animo puro, è il primo della lista, l’ultimo della fila, è un materialista, uno impegnato, un pigro.

È un sognatore, uno che piglia gli odori, i colori, i sapori, gli umori, li mescola, li impasta, ci si immerge, ci si sporca e li costringe sulla carta. È uno scrittore di nuvole e lupi.

Ecco, sì. Così va meglio.

 

Com’è stato il suo primo incontro con la scrittura?

 

È stato amore a prima vista. Mi è sempre venuto naturale scrivere, un riflesso quasi involontario del mio essere, necessario come il respiro. Scrivere mi procura piacere, come leggere. L’ho fatto fin da bambino. Da adulto la scrittura è stata e continua ad essere il mio rifugio notturno, desiderata, goduta, incostante, scontrosa, come sanno essere le amanti. A volte ci trascuriamo, ci teniamo il broncio, ma basta una notte di luna piena per tornare a fare capriole, punteggiare il silenzio col ticchettio di una tastiera, impulsivo, a tratti frenetico, intervallato da pause esauste.

La buona scrittura, quella che vale la pena leggere, richiede costanza, fatica, dedizione. Alla base ci deve essere l’amore.

 

Ha incontrato difficoltà a pubblicare il suo romanzo?

 

Pubblicare non è mai stato un cruccio, una necessità, anche se ora rappresenta una grande soddisfazione. Ho esordito nel 2016, vincendo un concorso letterario e la pubblicazione con una casa editrice di una raccolta di racconti lunghi (o romanzi brevi? Mah!), “La cattiveria dei granchi”. Va detto che è stato il primo concorso al quale ho partecipato, non perché non avessi fiducia in me, ma perché l’idea di pubblicare era abbastanza distante. Devo ringraziare mia moglie che mi ha spinto a farlo.

Sempre in virtù di riconoscimenti in altri premi ho pubblicato diversi racconti in antologie. Ricordo tra questi le ultime due edizioni del premio “La Quara”, un’esperienza davvero gratificante, perfino commovente.

Poi mi sono imbattuto nella “Oakmond Publishing”, altra casa editrice non a pagamento che punta tutto sulla qualità, con la quale ho pubblicato il romanzo “Plenilunium”.

Non ho mai pagato nessuno per vedere pubblicate le mie opere, né mai mi è stato chiesto un contributo o l’acquisto di copie, come purtroppo spesso accade. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto nel mio talento.

 

La frase più bella inserita in “Plenilunium”  o in altro suo libro?

 

Questa domanda mi strazia il cuore! Ogni frase di “Plenilunium” è stata concepita, partorita, accudita, educata come una figlia. Come faccio a scegliere la più bella? Quando ho iniziato a fare le presentazioni del libro, spesso mi colpivano i commenti dei lettori che indicavano questa o quella frase che rivestiva per loro, in base al proprio vissuto, al proprio sentire, un’importanza diversa. Il ricordo di un amore o di un dolore, suscitavano un sorriso o una lacrima. Ho capito che un romanzo, una storia, appartiene tanto a chi la narra quanto a chi la legge.

Voglio riportare allora, proprio da “Plenilunium”, un brevissimo passo, che racchiude la scintilla, magica, quasi invisibile, della nascita di un amore. Lo faccio con l’augurio a chi legge di trovare, o conservare, quell’amore così intenso da fare vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.

“Ester ed Eleazar si confondono tra la gente che passa nelle vie del borgo come macchie di colore su una tela ancora per poche ore, poi si lasciano, si salutano augurandosi di rivedersi presto. Come rispondendo a un segnale convenuto, entrambi si voltano percorsi pochi metri. Un passante ignaro si frappone tra loro, sulla linea dei loro sguardi, ma non perdono il contatto. Si ritrovano a sorridersi, su marciapiedi opposti, assaporando ancora qualche secondo la sensazione effimera di essersi riconosciuti tra tanti.”

 

Quanto c’è dei suoi personaggi in lei?

 

Credo che sia inevitabile, per uno scrittore che si attenga alla prima regola della scrittura, cioè “scrivi di quello che conosci”, pescare a piene mani dal proprio vissuto e trasferirlo sulla pagina. Nei personaggi che descrivo ci sono, estremizzate quasi in forma caricaturale, le mie nevrosi, le paure che tento di esorcizzare. In Plenilunium affronto il tema delicato della violenza sulle donne perché ho avuto modo di confrontarmi con donne che l’hanno subita, e sono rimasto scosso dai loro racconti, di come questo germe si nasconda nell’animo di uomini apparentemente normali. Comunque io ho sempre fatto il tifo per i cattivi, nella finzione, ovviamente. Dracula, Voldemort, Darth Vader e compagnia sono personaggi molto complessi e interessanti, più dei loro alter ego buoni. Quindi nei miei cattivi c’è sempre qualcosa di mio. Molto nascosto.

 

Quale argomento le piacerebbe trattare nel suo prossimo libro?

 

Ho sempre nuovi progetti in cantiere. Usciranno prossimamente altri racconti, sempre difficili da recintare all’interno di un genere letterario, come tutto ciò che scrivo (evviva!). Sto lavorando a un romanzo che nasce da uno di questi mentre contemporaneamente ne compito altri che salvo in maniera disordinata sul pc, qualcuno lo invio a qualche concorso che mi attira, butto giù, abbozzo, smusso, leggo, ricerco. Vivo. Il mare. Lo amo molto. Mi piacerebbe scrivere di un viaggio per mare, un’avventura, un viaggio interiore, una scoperta. Sento già, sulla faccia arrossata dal sole, gli schiaffi di schiuma salata delle onde rotte dal vento…

 

(Intervista a cura del team di Libri in Vetrina)